domenica 23 dicembre 2012

La crisi dell'Europa vista da Habermas


                   di Rosario Sapienza

E’ in libreria in Italia per i tipi di Laterza, "Questa Europa è in crisi", una parziale traduzione dal tedesco dell’ultimo volume di Jürgen Habermas, Zur Verfassung Europas. Ein Essay, uscito l’anno scorso in Germania.

L’edizione italiana comprende dunque due saggi (è stata espunta una parte che riguardava più direttamente questioni di interesse interno tedesco), uno dedicato alla ricostruzione della storia del concetto di dignità umana  (pp. 3-31) e l’altro (pp. 33-98)  alla possibilità di una Europa costituzionale che evolva verso un obiettivo dichiaratamente federale

Nel riproporre le sue note posizioni sulla possibilità e desiderabilità di una Costituzione europea (magari aggiornate al Lissabon Urteil della Corte federale tedesca, i cui riflessi si colgono nel ruolo che il filosofo riserva agli Stati nazionali di garanti della giustizia e della libertà),  Habermas  si riconferma il più coerente erede di una tradizione kantiana e di quanto essa debba all’illuminismo tedesco.

Il chiaro autore infatti vede e disegna un quadro nel quale esistono solo l’individuo, gli Stati nazionali e le istituzioni dell’Unione (a parte il cenno a  p. 76 a un “legame politicamente rilevante con la regione d’origine”, peraltro oggetto di un fugace riferimento). Sembra dimenticare invece che la storia dell’Europa è stata fatta dalle sue comunità vitali, dalle regioni e dalle corporazioni, dai territori per i quali egli non ha attenzione, costruendo un progetto istituzionale appunto “illuministico”,  scollegato dalla realtà vitale dell’Europa. 

E’ ben comprensibile, storicamente, che il progetto di una liberazione dell’uomo dalle pastoie della società feudale abbia portato a considerare funzionale l’abbandono della dimensione territoriale, o meglio a sostituire ai legami vitali con il territorio un nesso formale con una entità astratta come lo Stato (cittadinanza) o ultrastatuale come la natura umana (diritti umani), ma gli esiti attuali di questo processo (del quale non condividiamo la ottimistica valutazione di Habermas) rendono necessaria una ripartenza proprio dai territori. Solo una Europa delle regioni potrà offrire una garanzia autentica dei diritti umani.


lunedì 10 dicembre 2012

All'Unione europea il premio Nobel per la pace

di Rosario Sapienza

Si celebra oggi in tutto il mondo la Giornata Mondiale dei Diritti Umani (http://www.un.org/en/events/humanrightsday/ ). La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948 con la risoluzione 217/III, un testo che a sessantaquattro anni dalla sua approvazione mantiene intatta la sua forza morale, ma purtroppo anche le sue intrinseche debolezze.
La Giornata è uno degli eventi di punta nel calendario del quartier generale delle Nazioni Unite a New York ed è onorata con conferenze di alto profilo politico ed eventi culturali come mostre o concerti riguardanti l'argomento dei diritti umani. Inoltre, in questa giornata vengono tradizionalmente attribuiti i due più importanti riconoscimenti in materia, ovvero il Premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, assegnato a New York, e il Premio Nobel per la pace ad Oslo. Quest’anno il premio Nobel per la pace sarà assegnato all’Unione europea per il complesso della sua azione per il mantenimento della pace sul territorio degli Stati europei, in quanto “da oltre sessant’anni contribuisce a promuovere pace, riconciliazione, democrazia e diritti umani in Europa”.
L’attribuzione di questo premio all’Unione europea, resa nota già nello scorso mese di ottobre, ha suscitato giustificate reazioni di compiaciuta approvazione, ma anche non poche critiche, altrettanto comprensibili. Il presidente della Commissione europea, Barroso,  e il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, hanno dichiarato in un comunicato congiunto: “È un grandissimo onore per l'Unione europea ricevere il premio Nobel per la pace 2012. Questo è il massimo riconoscimento delle profonde motivazioni politiche che stanno alla base della nostra Unione: lo sforzo unico di un crescente numero di paesi europei di superare guerre e divisioni per disegnare insieme un continente di pace e prosperità. Il premio non è destinato soltanto al progetto e alle istituzioni che incarnano un interesse comune, bensì ai 500 milioni di cittadini che vivono nella nostra Unione”.
Altri fanno notare che, soprattutto alla luce della politica di pareggio di bilancio che la Germania sta imperialisticamente imponendo agli altri Stati, l’Unione europea e il complesso della sua vicenda istituzionale non è stata altro che “la prosecuzione della guerra con altri mezzi” e dunque il premio Nobel per la pace (sia detto con tutto il rispetto dovuto ai saggi di Oslo) suona come un elemento, tra i tanti, di una strategia di mistificazione.
L’una e l’altra posizione meritano rispetto, ma hanno l’una il peccato originale della propaganda politica, l’altra il vizio di una pregiudicata avversione alla costruzione federale europea.
Da parte nostra, dalle pagine di questo blog dedicato proprio alle “Autonomie e Libertà in Europa” vorremmo velocemente sottolineare alcune cose.
In primo luogo, che il premio va all’Unione europea  quale organizzazione che esprime, al di là dei molti suoi limiti e difetti, organizzativi e di ispirazione complessiva, la sintesi della cooperazione nel continente. E questa cooperazione si fonda su  un desiderio di pace in verità assai diffuso tra i popoli dell’Europa, una pace che passa attraverso il rispetto dei diritti di libertà, come mostra il successo della Convenzione europea dei diritti umani (che non è una creazione dell’Unione europea, anche se adesso l’Unione ha avviato negoziati per la sua adesione).
In secondo luogo, poi, e questo è altrettanto innegabile, l’esistenza dell’Unione europea (e prima di esse delle Comunità europee) ha fatto sì che i numerosi contenziosi esistenti tra i Paesi europei abbiano sempre trovato la strada del negoziato all’interno, per quanto è stato possibile, del quadro negoziale offerto dall’Unione.
Dunque ci sono almeno due ragioni per rallegrarsi di questo Nobel, pur se non si può mancare di notare che esso viene assegnato con l’intento di promuovere il futuro piuttosto che di giustificare un passato non tutto commendevole.


sabato 24 novembre 2012

Catalogna e Scozia: verso l'indipendenza?

di Rosario Sapienza

 Maturano sviluppi interessanti per le autonomie europee, sia in Spagna che nel Regno Unito. In Spagna, domenica 25 novembre i catalani tornano alle urne per una consultazione elettorale anticipata, voluta dal governatore Artur Mas di  Convergencia i Uniò,  il partito nazionalista cattolico dello storico leader Jordi Pujol che alla sua guida governò dal 1980 ininterrottamente per ventitré anni. Nel Regno Unito, lo Scottish National Party di Alex Salmond prepara per il 2014 un referendum per l’indipendenza della Scozia, con l’assenso di Downing Street.  

Il motivo per cui Mas porta la Generalitat Catalana a queste elezioni è l’interruzione del negoziato con il governo centrale di Mariano  Rajoy, del PPE (il Partito Popular Espanol, storicamente ispirato a una filosofia di governo centralista) sulla autonomia fiscale della Catalogna che, già dotata di importanti poteri autonomistici, aspira ora alla piena disponibilità della leva fiscale. Insomma chiede che i soldi dei Catalani restino a Barcellona.

D’altra parte, e comprensibilmente,  Rajoy, sotto esame per ottenere una ulteriore tranche di aiuti europei,   non può permettersi di largheggiare proprio  sulle imposte e dunque tiene la posizione.

Ma la Catalogna scalpita, forte della sua posizione economica (da sempre è  considerata uno dei motori dell’economia europea) e di un diffuso sentimento popolare sempre più favorevole all’indipendenza. Lo scorso 12 settembre, due milioni di catalani hanno manifestato a Barcellona per chiedere a gran voce l’indipendenza dal governo di Madrid.


Per comprendere meglio quanto sta accadendo può essere utile ricordare che la Costituzione Spagnola permette la craezione di Comunità Autonome, dotate di ampi poteri per la gestione dei loro territori e la Catalogna è appunto una di esse, fondando le sue pretese autonomiste su ragioni storiche perché essa fu indipendente da Madrid fino alla fine del secolo XV  facendo parte dei possedimenti di  Ferdinando, re di Aragona e Catalogna, e l’unione con Madrid si deve appunto al suo matrimonio con  Isabella di Castiglia, che realizzò la fusione sotto un'unica corona dei due regni più importanti della penisola iberica.

Il 18 giugno 2006, un referendum popolare ha approvato un nuovo Statuto di autonomia che dota  la Generalitat Catalana di maggiori poteri rispetto al vecchio Statuto del 1979. Si tratta di un documento assai esteso e complesso (oltre duecento articoli) e mostra la chiara volontà dei suoi redattori (nonostante alcuni interventi correttivi in sede di riconoscimento nazionale) di accentuare la dimensione identitaria dell’ autonomia, a cominciare,  per esempio, dalla parificazione della lingua catalana a quella castigliana o dal riconoscimento di diritti individuali non contemplati dalla Costituzione Spagnola, o ancora il rafforzamento dell’autonomia giudiziaria rispetto al sistema nazionale spagnolo.

Lo Statuto è poi particolarmente innovativo proprio in riferimento alle problematiche fiscali, rafforzando la capacità decisionale delle  autorità catalane in materia. E proprio sull’ attuazione di questa parte del documento si è arrivati allo scontro con il governo di Madrid.

Diversa, ma ugualmente interessante la vicenda scozzese. Alex Salmond   ha incassato  recentemente  l’assenso del premier britannico Cameron a un referendum sulla indipendenza della Scozia da tenersi nell’autunno del 2014. La Scozia dunque potrebbe, da quel momento, pur tra non poche difficoltà di carattere costituzionale e politico,  diventare indipendente dal Regno Unito pur restando, pare, un membro del Commowealth. Questo è, del resto, un punto centrale nel programma politico dello Scottish National Party, guidato appunto da Alex Salmond, che ha vinto le elezioni del 2011.

La Scozia gode già di una notevole autonomia nell’organizzazione costituzionale del Regno Unito. Ma forse non tutti sanno che il tema dell’autonomia scozzese, pur avendo solide radici risalenti nel tempo, è diventato attuale solo da qualche tempo. Le prime elezioni per il Parlamento Scozzese si sono infatti tenute solo nel 1999 (benché, come qualcuno ricorda, gli Scozzesi abbiano avuto un loro parlamento fino al 1707).

L’autonomia della Scozia all’interno del Regno Unito, che ha indubbiamente ricevuto grande impulso dalla scoperta negli anni settanta di importanti giacimenti petroliferi al largo delle sue coste, è dunque una vicenda relativamente recente.

L’intero dossier della indipendenza scozzese è stato gestito con un certo imbarazzo da Downing Street, che sembra però aver preso adesso l’iniziativa, offrendo in alternativa all’indipendenza, la cosiddetta “devo-max” ossia una devoluzione di poteri ben maggiore di quanto fino ad adesso concesso, inclusa una piena autonomia finanziaria e tributaria. Il governo scozzese è apparso incline a far valutare la proposta dal referendum in programma.

In entrambi i casi, dunque, sembra che la richiesta di indipendenza sia un elemento di un braccio di ferro volto ad ottenere la piena autonomia fiscale agitando lo spauracchio della scelta più radicale. Sono comunque sviluppi che meritano attenzione.





martedì 13 novembre 2012

A un anno dalla scomparsa di Marcello Palumbo, un grande europeista

di Rosario Sapienza     

      Da poco più di un anno Marcello Palumbo ci ha lasciato. Se n’è andato nel mese di settembre del 2011, prima di compiere il novantunesimo compleanno (era nato a Napoli nel 1920) e di poter celebrare il cinquantesimo anniversario della “sua” Associazione dei Giornalisti Europei (della quale fu fondatore e primo segretario generale).
    Non amo in genere le commemorazioni e i necrologi. Credo infatti che ognuno di noi debba custodire dentro di sé il ricordo delle persone care e che il tempo dedicato al ricordo del passato sia  sottratto all’oggi e alla progettazione del futuro.
   Ma sento il dovere di ricordare un amico e un maestro, di giornalismo, di europeismo, di vita. Da lui ho appreso il mestiere di giornalista (che ho praticato per tanti anni) e  la curiosità per la vicenda europea, che mi ha sorretto e ispirato nella mia ricerca accademica. Non sono invece riuscito a far mio quel misto di nettezza e di  garbo  che lo caratterizzava e che faceva sì che i suoi commenti, anche duri e critici, non riuscissero mai sgraditi a chi ne era il destinatario.
    Lo incontrai per la prima volta nel 1975 a Lovanio, dove entrambi ci eravamo recati per prendere parte al secondo congresso europeo degli exallievi salesiani, il primo dedicato alla costruzione dell’Europa unita. E poi, negli anni, la consuetudine di un’amicizia, sempre deferente da parte mia, sincera e schietta  da parte sua, nonostante ci dividessero oltre trent’anni e un abisso incolmabile quanto a professionalità ed esperienza.
    Marcello Palumbo era stato tra i primi in Italia ad appassionarsi all’ideale europeista ed era stato presente alla firma in Campidoglio dei Trattati di Roma. E all’Europa aveva dedicato per anni la sua attività sia di giornalista che di editore, con la celebre Agenda Europea, un must per chi negli anni sessanta e settanta si occupava di cose europee.
    Anche in questi ultimi anni aveva continuato la sua militanza europeista ,che gli era valsa tanti riconoscimenti (da ultimo nel 2005 il premio di giornalismo “Kostantinos Kalligas” a Patrasso), anche se  gli era toccato in sorte di vedere il progetto europeista avvitarsi tra mille difficoltà e sempre ricominciare il suo accidentato cammino. A noi che restiamo lascia l’esempio di un ideale coltivato e perseguito con l’impegno di una vita, cosa ormai assai rara. Ciao Marcello!

martedì 23 ottobre 2012

Sud e Mediterraneo. La XXX Cattedra Sturzo a Caltagirone


 La Cattedra Sturzo è una singolare Scuola di Politica, avviata nel 1981 dall'Istituto di Sociologia "Luigi Sturzo" di Caltagirone in collaborazione con l'Istituto Sturzo di Roma. Essa si propone non solamente la diffusione dell'insegnamento di Sturzo, ma anche l'aggiornamento e il dibattito su problemi politici e sociali di attualità.  Qui di seguito il mio articolo di presentazione della XXX Cattedra, apparso su La Sicilia del  16 ottobre 2012

Cattedra Sturzo

Mediterraneo nesso sottile ma solido Sicilia-Africa


Dal  17 al 19 ottobre prossimi Caltagirone ospiterà la trentesima edizione della Cattedra Sturzo dedicata allo studio  del tema  “Sud e Mediterraneo”. Negli ultimi anni il tema del Mediterraneo è stato costantemente all’attenzione degli incontri della Cattedra Sturzo, sin dall’oramai storico corso del 1997 su “Partenariato euromediterraneo e Poteri Locali”.

Il punto di partenza della riflessione sarà anche questa volta l’insegnamento di Sturzo, che scriveva profeticamente nel gennaio del 1923:

“Come l’Alta Italia ha una zona naturale di commercio e di comunicazioni che s’irradia nell’Europa centrale, specialmente del nord e dell’est […]; così il Mezzogiorno continentale e le  Isole hanno la loro zona nel mediterraneo, e sono non solo il ponte gettato dalla natura fra le varie parti del continente europeo in rapporto alle coste africane ed asiatiche, ma il centro economico e civile più adatto allo sviluppo delle forze produttive e commerciali e punto di interferenza degli scambi. Il Mediterraneo fu sempre bacino dell’Europa più denso di traffici; e la civiltà di vari millenni dimostra che sempre il Mediterraneo avrà una sua economia che non può venir meno, perché basata su necessità naturali”.


Sturzo probabilmente nel suo testo vedeva il Mediterraneo come una zona di espansione coloniale per l’Italia e in particolare per il suo Meridione, come prova un passo successivo di quell’intervento

“ Una politica del Mediterraneo può coesistere con una politica del Centro e dell’Oriente Europeo. Ebbene, questa politica sarà la nostra, insieme a quella mediterranea; politica puramente economica, di lavoro, di scambi, di cooperazione, di pace, di dignità verso l’estero. […] Non certo quella i puro equilibrio nel gioco delle grandi forze internazionali in contrasto; […] ma quella posizione centrale, che possa farci fare una politica di pacifica espansione mediterranea e adriatica, che valga a valorizzare la nostra economia e gli sforzi produttivi delle nostre industrie e dell’agricoltura”.

Oggi noi invece vorremmo cogliere, attraverso il nostro incontro di quest’anno, il nesso sottile ma solido che ci lega in una comunanza di destini ai popoli dell’Africa del Nord, oggi ancora alla ricerca di una nuova stagione di diritti e di prosperità. Nesso che ha una sua dimensione ineludibile, proprio con specifico riferimento ai Paesi che si affacciano sul Canale di Sicilia (Libia e  Tunisia, soprattutto) e alle specificità socio-economiche e culturali che caratterizzano quest’area, che rimane di prioritario riferimento per noi. Prova ne sia il fatto che quasi esclusivamente da queste zone si originano i flussi migratori che finiscono sul nostro territorio. O ancora, potremmo ricordare, la singolare forma di integrazione siculo-tunisina che interessa la marineria attiva nell’area della Sicilia occidentale. Ma potremmo pure parlare della costante emarginazione economica e culturale che da decenni si riserva alla Sicilia e che in forme sempre nuove si rinnova.

 Dunque, nell’interrogarci sulla dimensione della dignità e dei diritti o sugli squilibri economici delle sponde del Mediterraneo, così come sugli inarrestabili movimenti di popolazione, parleremo non solo degli “altri”, ma anche di noi stessi, di un futuro che il comune passato può contribuire a disegnare diverso.

Rosario Sapienza  


domenica 24 giugno 2012

La Germania vuole un nuovo Reich tedesco in Europa?

Sabato 23 giugno  2012 ho incontrato i giovani autonomisti della provincia di Caltanissetta nella sala Giovanni Falcone del Grand Hotel San Michele. Nel corso della mia relazione su "Occorre rifondare dal basso la politica... anche in Europa" mi sono soffermato in particolare sull'ambiguità del processo di integrazione europea fin dalle sue origini.

"Per capire quello che sta accadendo oggi ed in particolare l'atteggiamento della Germania, occorre rendersi conto che l'Unione europea è nata, prima che dagli slanci ideali del federalismo europeista, dal progetto francese di contenimento e controllo della ricostruzione post-bellica tedesca ed ha rappresentato in quegli anni il prevalere del progetto francese sul futuro dell'Europa su quelli anglo-americani, che pure trovarono spazio nella costruzione della NATO e dell' Unione dell'Europa occidentale.

All'interno di questo busto di gesso, la Germania è cresciuta ed oggi presenta il conto agli altri Stati europei, a quelli più vulnerabili sul piano economico-finanziario, ma, in ultima analisi, anche al suo scomodo "tutore" degli ultimi decenni, la Francia. Illudersi che la Germania possa farsi carico di iniziative solidali, senza una chiara contropartita sul piano politico sarebbe una ingenuità madornale.

Oggi la Germania vede concretamente alla sua portata la realizzazione di un nuovo Reich di estensione europea, un Impero regionale che soddisfi il suo desiderio di Grandi Spazi, oltre un secolo dopo la guerra franco-prussiana e dopo due guerre ... mondiali, combattute sì nel mondo intero, ma originate da un problema di espansionismo tedesco. E non rinuncerà facilmente alla realizzazione di un sogno di grandezza che, nella visione di molti tedeschi, è anche una concreta necessità storica"

martedì 8 maggio 2012

Il 9 Maggio è la Festa dell'Europa

E' difficile oggi celebrare la festa dell'Europa, difficile pensare che si possa guardare con fiducia al futuro dell'Europa, celebrando il suo passato. Noi vogliamo farlo nel ricordo di quel 9 maggio 1950, quando nella Sala dell'Orologio del Quai d'Orsay, Robert Schuman tenne il suo discorso nel quale affermava la necessità di una costruzione per gradi dell'Europa unita. Eccone il testo in traduzione italiana

"La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.

Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent'anni antesignana di un'Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L'Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.

L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L'unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l'azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.
A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l'azione su un punto limitato ma decisivo.

Il governo francese propone di mettere l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei. 

La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.

La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile. La creazione di questa potente unità di produzione, aperta a tutti i paesi che vorranno aderirvi e intesa a fornire a tutti i paesi in essa riuniti gli elementi di base della produzione industriale a condizioni uguali, getterà le fondamenta reali della loro unificazione economica.

Questa produzione sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace. Se potrà contare su un rafforzamento dei mezzi, l'Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni.

Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace. 
Per giungere alla realizzazione degli obiettivi così definiti, il governo francese è pronto ad iniziare dei negoziati sulle basi seguenti.

Il compito affidato alla comune Alta Autorità sarà di assicurare entro i termini più brevi: l'ammodernamento della produzione e il miglioramento della sua qualità: la fornitura, a condizioni uguali, del carbone e dell'acciaio sul mercato francese e sul mercato tedesco nonché su quelli dei paese aderenti: lo sviluppo dell'esportazione comune verso gli altri paesi; l'innalzamento delle condizioni di vita della manodopera di queste industrie.

Per conseguire tali obiettivi, partendo dalle condizioni molto dissimili in cui attualmente si trovano le produzioni dei paesi aderenti, occorrerà mettere in vigore, a titolo transitorio, alcune disposizioni che comportano l'applicazione di un piano di produzione e di investimento, l'istituzione di meccanismi di perequazione dei prezzi e la creazione di un fondo di riconversione che faciliti la razionalizzazione della produzione. La circolazione del carbone e dell'acciaio tra i paesi aderenti sarà immediatamente esentata da qualsiasi dazio doganale e non potrà essere colpita da tariffe di trasporto differenziali. Ne risulteranno gradualmente le condizioni che assicureranno automaticamente la ripartizione più razionale della produzione al più alto livello di produttività.

Contrariamente ad un cartello internazionale, che tende alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati nazionali mediante pratiche restrittive e il mantenimento di profitti elevati, l'organizzazione progettata assicurerà la fusione dei mercati e l'espansione della produzione.

I principi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli stati e sottoposto alla ratifica dei parlamenti. I negoziati indispensabili per precisare le misure d'applicazione si svolgeranno con l'assistenza di un arbitro designato di comune accordo : costui sarà incaricato di verificare che gli accordi siano conformi ai principi e, in caso di contrasto irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata.

L'Alta Autorità comune, incaricata del funzionamento dell'intero regime, sarà composta di personalità indipendenti designate su base paritaria dai governi; un presidente sarà scelto di comune accordo dai governi; le sue decisioni saranno esecutive in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti. Disposizioni appropriate assicureranno i necessari mezzi di ricorso contro le decisioni dell'Alta Autorità.
Un rappresentante delle Nazioni Unite presso detta autorità sarà incaricato di preparare due volte l'anno una relazione pubblica per l'ONU, nelle quale renderà conto del funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi fini pacifici.

L'istituzione dell'Alta Autorità non pregiudica in nulla il regime di proprietà delle imprese. Nell'esercizio del suo compito, l'Alta Autorità comune terrà conto dei poteri conferiti all'autorità internazionale della Ruhr e degli obblighi di qualsiasi natura imposti alla Germania, finché tali obblighi sussisteranno".