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sabato 29 marzo 2014

Per la Sicilia. Autonomia e protagonismo dell'isola in una Europa diversa

Sono intervenuto alla manifestazione autonomista “Per la Sicilia” svoltasi il 26 marzo a Palermo nella Sala Rossa del Palazzo dei Normanni, e da subito ho sottolineato che,  alla vigilia delle elezioni europee e del semestre di presidenza italiana dell’Unione ci si accorge, tardivamente invero, che non aver compreso la pervasività della dimensione europea e non aver compreso che l’Italia, così com’è, non è all’altezza di questa dimensione europea è stato un tragico errore.

 E’ giunto il momento dunque di ripensare questa duplice dimensione di inadeguatezza e rifondare in senso autenticamente europeista e autonomista la politica e la società in Europa.  

L’affermazione della scelta autonomista appare urgente nell’attuale difficile momento che il cammino dell’unificazione europea sta attraversando  e che induce a più di una riflessione tutti coloro che abbiano a cuore le sorti del nostro continente.

Occorre così operare al di là degli schieramenti per costruire un’Europa autenticamente federale e solidale. Un’Europa all’interno della quale trovino, innanzi tutto, adeguato riconoscimento tutte le componenti culturali che hanno nei secoli concorso alla sua edificazione.

Non ci sta bene dunque un assetto che pretenda di guardare al futuro negando il passato.

Né riteniamo sufficiente lo spazio concesso alle realtà regionali all’interno dell’Europa così com’è.

Serve invece puntare a una decisa valorizzazione delle dimensioni territoriali. Anche all’interno degli Stati, la cui sovranità non può rappresentare uno schermo al riparo del quale edificare nuove strategie centraliste.

L’Unione europea dispone già, a partire da una corretta interpretazione del principio di sussidiarietà,  degli strumenti per una autentica regionalizzazione, promuovendo lo sviluppo delle aree bisognose di rinnovate strategie di coesione, ma deve essere indotta dalla pubblica opinione più avvertita a spingersi oltre in queste sue strategie, riconoscendo alla realtà regionali adeguato spazio e momento.

Bisogna  dunque avviare un serrato confronto con le istituzioni comunitarie, consapevoli della alterità dialettica delle posizioni e degli interessi, perché   affermare il valore dell’autonomia significa scegliere una consapevole assunzione di responsabilità dal basso, attraverso l’impegno di forze regionali che sappiano fare del loro radicamento territoriale il punto di forza di una nuova concezione della rappresentanza,  coniugando la partecipazione diretta con la visione globale dei problemi.




Oltre Questa Europa. Parte la Spring Term School sull'integrazione europea del Collegio d'Aragona

Mercoledì 19 marzo ho preso parte, con Fulvio Attinà e Matteo Negro, al primo seminario della Spring Term School del Collegio d'Aragona "Oltre Questa Europa". Qui di seguito la sintesi del mio intervento. 

Prendendo lo spunto dal titolo del ciclo di seminari, “Oltre Questa Europa”, Sapienza ha esordito affermando che per andare oltre questa Europa bisogna cominciare ad analizzarla e comprenderla non secondo gli schemi preconfezionati e propagandistici diffusi dall’Unione europea, ma per ciò che l’Europa è stata ed ancora è nella storia e nella cultura dei Paesi e delle genti che ne fanno parte.
L’Europa è stata ed ancora oggi è molto di più dell’Unione europea e del suo contorto percorso di cooperazione e integrazione. Tutto il pensiero politico europeo a partire dal seicento in poi è attraversato da progetti di Unione europea. Trecento anni fa, nel 1713, ad esempio, l’Abbé de Saint-Pierre aveva progettato una Unione tra gli Stati dell’Europa di allora e qualche anno dopo, nel 1799, Novalis parlava dell’Europa Unita come di qualcosa che era esistito nel Medioevo e che poteva ancora esistere, se il cattolicesimo che aveva ceduto il passo alla Rivoluzione protestante e alla Rivoluzione francese che avevano frammentato l’originaria unità  dell’Europa cristiana, avesse ripreso la sua centralità nella vicenda culturale europea.
Pensieri questi probabilmente non più attuali, ma che mostrano quanto ampio sia stato lo spettro delle tematiche abbracciate dall’ideale aspirazione verso l’unità europea e quanto invece ristretta, quasi asfittica, sia la prospettiva nella quale oggi ci si muove nell’ambito dell’attuale dinamica istituzionale che chiamiamo Unione europea.
Che si riduce, in fin dei conti, all’esistenza di un farraginoso apparato burocratico che mira, nella sostanza, a coordinare al meglio la cooperazione degli Stati (con la pretesa spesso enunciata, ma mai attuata, di guidarla) verso obiettivi di loro interesse comune (o comunque identificati come tali).
Riguardata con le categorie del diritto pubblico, che in sé rappresenta una delle più alte conquiste del pensiero europeo, essa peraltro non è uno Stato federale, né probabilmente vuole esserlo, forse è una Confederazione di Stati sovrani, forse ancora una via di mezzo tra le due forme di aggregazione.
Una cosa è certa e va detta subito: l’Unione europea  non è tutta l’Europa ed anzi non è nemmeno una Unione. E’ piuttosto un insieme di Unioni che marciano a diverse velocità a seconda della maggiore o minore volontà degli Stati di cooperare o integrare le proprie competenze in questa o quella materia.
In secondo luogo, va purtroppo riconosciuto, questo cammino di cooperazione verso l’integrazione, va avanti con particolare lentezza proprio in quelle tematiche che sarebbero di più diretto interesse per la gente comune.
La cittadinanza europea, ad esempio, nonostante le roboanti affermazioni che abbiamo sentito fino all’anno scorso, intitolato ufficialmente Anno dei cittadini europei, serve, se serve, a chi si muove da uno Stato all’altro, ma poco o nulla a chi rimane nel proprio Stato.
Nulla di significativo riesce a dire poi l’ Unione europea sull’assetto costituzionale all’interno degli Stati membri e sulla possibilità di cambiarlo, se non proporre da una parte vuoti proclami sull’Europa delle Regioni e dall’altra una politica di coesione ormai svilita al rango di mera strategia di complemento e di riequilibrio territoriale.
Nulla di significativo, ancora, riesce a dire sulla garanzia dei diritti, peraltro concretamente affidata a un sistema, quello della Corte di Strasburgo, esterno alla dinamica dell’Unione e al quale l’Unione non riesce ancora nemmeno ad aderire.
Tutto ciò non implica che l’Unione europea sia tutta  da buttar via. Va però vista per quello che è e non per quel che dice di essere.
In un’epoca caratterizzata da una pronunciata tendenza verso il gigantismo istituzionale,dominata da grandi entità politiche (Cina, India, USA, Russia) essa rappresenta un utile strumento di cooperazione fra Stati che, pur appartenendo alla stessa area geo-politica, non hanno maturato (né forse mai matureranno) una vera e propria vocazione federale. Stati che pur vivendo una stagione di profonda crisi, restano comunque riluttanti a fare il passo decisivo: quello di firmare il proprio certificato di morte per rinascere in uno Stato federale.
Insomma questa Europa è in ultimo una tragica finzione, un surrogato certo, ma di qualcosa che non c’è, una controfigura, ma di un attore che non  è mai stato scritturato.


martedì 30 aprile 2013

Lettere da Strasburgo. L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa spiana la strada al protocollo addizionale n. 15

di Rosario Sapienza

Lo scorso 26 aprile, su rapporto della Commissione degli affari giuridici e dei diritti umani, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha espresso con l’ Opinione 283 (2013)   parere  favorevole alla adozione da parte del Comitato dei Ministri del progetto di protocollo addizionale n. 15 alla Convenzione europea dei diritti umani, elaborato dallo Steering Committee on Human Rights.

Si  tratta di uno dei primi risultati concreti di un processo di riforma del sistema della Convenzione, che  ha conosciuto un importante  momento di rilancio negli ultimi anni con le Conferenze di Alto Livello di Interlaken (2010), di Izmir (2011) e di Brighton (2012), ma che è in realtà in atto dalla fine degli anni novanta, quando il Protocollo addizionale n. 11 riformò il sistema dei ricorsi della Convenzione prevedendo  la possibilità per gli individui di adire direttamente la Corte europea dei diritti umani.

Da quando con il protocollo addizionale n. 11 il sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo è stato riformato consentendo agli individui l’accesso diretto alla Corte, senza la mediazione della Commissione, ha acquisito crescente interesse il tema della ulteriore riforma del sistema, atteso che l’accesso diretto degli individui aveva determinato non solamente un numero sempre crescente di ricorsi, ma anche la pressante esigenza di un ripensamento del modus operandi della Corte e del suo sistema di ricorsi.

In particolare, diventa sempre più urgente definire meglio il complesso rapporto tra la Corte europea e le giurisdizioni interne degli Stati membri, dato che la competenza della Corte appare sempre di più come una parte di un sistema giudiziario unitario nel quale si integrano le competenze dei giudici interni e quella della Corte stessa.

Ciò ha fatto sì che sempre di più la Corte sia stata vista come un organo di tutela dei diritti umani all’interno di un sistema di garanzia di natura intrinsecamente costituzionale, nascente dalla rinnovata integrazione tra le competenze dei giudici interni e della Corte stessa, sistema che uscirebbe rafforzato proprio dalla previsione di un ricorso individuale direttamente indirizzato alla Corte europea.

Gli emendamenti alla Convenzione che hanno trovato posto nel progetto di Protocollo no. 15 sono di varia natura e incidenza. Tre sono di importanza più tecnica, come  la riduzione da sei a quattro mesi a partire dalla decisione interna definitiva del termine per proporre il ricorso alla Corte, l’abrogazione del diritto di veto che attualmente  le parti (ricorrente e Stato convenuto) possono esercitare quando una Camera della Corte decida di spogliarsi di un caso in favore della Grande Camera (art. 30 della Convenzione), la modifica del limite di età   per la eleggibilità dei giudici che viene portato a 65 anni (con la possibilità di portare a termine l’intero mandato di nove anni, e dunque arrivare a 74 anni, mentre oggi  i giudici rimangono in carica fino a 70 anni).

Le altre due modifiche sono, direi,  di maggior respiro e riguardano entrambe  il complesso problema dell’equilibrio tra il ricorso interno e il ricorso internazionale. Una rappresenta una modifica di un recente emendamento dell’articolo 35 della Convenzione in materia di ammissibilità dei ricorsi alla Corte voluto dal protocollo addizionale  n. 14 (entrato in vigore nel 2010)  e consiste nella eliminazione della previsione secondo cui la Corte non può rifiutare di esaminare un ricorso quando esso non sia stato debitamente esaminato da un tribunale interno. Questa previsione venne inserita dal protocollo n. 14 per evitare che venissero respinti ricorsi che non avevano ricevuto adeguata trattazione al livello interno (così costruendo il ricorso internazionale come una specie di ultima spiaggia per un ricorso interno che non fosse stato adeguatamente trattato). Con la riforma prevista dal Protocollo n. 15, secondo quanto richiesto dalla Dichiarazione di Brighton, questa limitazione viene eliminata e dunque la Corte potrà muoversi con maggiore libertà, sempreché comunque la violazione dedotta non abbia causato un pregiudizio grave al ricorrente o non coinvolga questioni di notevole interesse per la protezione dei diritti dell’uomo. Si tratta di un primo passo verso il riconoscimento alla Corte di un potere (che alcuni vorrebbero addirittura discrezionale) di scegliere i ricorsi sui quali pronunziarsi.

La seconda modifica riguarda invece l’inserimento nel Preambolo della Convenzione di un esplicito riferimento alla dottrina del margine d’apprezzamento statale e al principio di sussidiarietà. Secondo il disposto dell’articolo 1 del protocollo n. 15 infatti:

At the end of the Preamble to the Convention, a new paragraph shall be added, which shall read as follows:

“Affirming that the High Contracting Parties, in accordance with the principle of subsidiarity, have the primary responsibility to secure the rights and freedoms defined in this Convention and the Protocols thereto, and in doing so enjoy a margin of appreciation, subject to the supervisory jurisdiction of the European Court of Human Rights established by this Convention”

nel quale, come si vede, l’idea della sussidiarietà del sistema della Convenzione viene posta in relazione sia con la primaria responsabilità degli Stati nella tutela dei diritti enunciati e garantiti dalla Convenzione, sia con  il riconoscimento del margine d’apprezzamento del quale gli Stati godono nell’assolvimento di questa primaria responsabilità, beninteso sotto la supervisione della Corte. Una formula complessa, come si vede, che cela dietro la sua bella e rassicurante struttura sintattica (nella quale pare che tutto si tenga in forza della cogenza di una stringente consecutio logica) anni di stratificazione giurisprudenziale alla ricerca proprio di questo delicato equilibrio.

La previsione relativa al margine d’apprezzamento però appare ispirata  non tanto all’esigenza di una consacrazione ufficiale nel testo della Convenzione della nota dottrina interpretativa elaborata dalla Corte nel corso della sua giurisprudenza, quanto piuttosto alla volontà, condivisa da molti Stati, di indurre la Corte a non andare oltre ….  il margine d’apprezzamento nell’esercizio dei suoi poteri di controllo, cosa alla quale, in verità, si è sempre più spesso indotta la Corte. Mi pare infatti che la Corte abbia da qualche tempo mutato il suo modus operandi concedendo sempre meno al margine d’apprezzamento e muovendo invece decisamente verso la costruzione di standards europei, starei per dire a tutti i costi. Sempre più spesso la Corte europea identifica situazioni nelle quali potrebbe riconoscere agli Stati un margine d’apprezzamento anche ampio, per poi concludere invece che l’esistenza di questo margine d’apprezzamento non le impedisce di considerare il comportamento statale in violazione della Convenzione.

Piccoli passi, come si vede, alla ricerca di un difficile equilibrio tra momento internazionale e momento interno nella tutela dei diritti dell’uomo nel sistema della Convenzione di Strasburgo. Adesso occorrerà attendere la ratifica da parte di tutti gli Stati parti della Convenzione per vedere operare il protocollo n. 15 e, d’altra parte, attendere gli ulteriori sviluppi del lavoro in corso in seno allo Steering Committee on Human Rights.

lunedì 25 marzo 2013

Fondo salva Stati e Fiscal Compact. Finis Europae?


di Rosario Sapienza
Sono stato invitato dalla SVIMEZ a prender parte al Seminario su “Pareggio di bilancio, Fiscal Compact e Diritti sociali”  tenutosi a Roma lo scorso 15 marzo 2013. Nel mio intervento, polemicamente intitolato “Fondo salva Stati e Fiscal Compact. Finis Europae?” ho affermato tra l’altro:
“Il primo effetto delle misure recentemente  adottate dall’Unione europea in relazione ai disavanzi eccessivi e alla parità di bilancio è stato quello di aver complicato in maniera credo irreversibile il modello di riferimento quanto alla governance delle istituzioni. Ci troviamo infatti di fronte alla compresenza di  distinti modelli:
quello francamente internazionale dello European Stability Mechanism (il c.d. Fondo salva Stati) che per quel che se ne comprende da ora diventerà una vera e propria organizzazione internazionale con sede a Lussemburgo;
quello intergovernativo a integrazione differenziata del Fiscal Compact che, com’è noto, non ha potuto realizzarsi attraverso una revisione dei trattati, ed è dunque  un qualcosa che con certezza non si cala appieno nella dimensione comunitaria governata dalle istituzioni comuni;
quello comunitario dei vari Packs  proposti dalla Commissione.
Si dirà che nihil sub sole novi perché l’Unione ci ha abituato alla coesistenza di assetti  ispirati a differenti modelli, nel cui contemperamento anzi qualcuno ha visto la cifra della sua stessa originalità.  Io stesso ammetto di avere da sempre preferito e auspicato una integrazione europea a più livelli, convinto come sono che la storia stessa dell’Europa impedisca il salto nel vuoto verso uno Stato federale che non c’è e forse non ci sarà mai. In luogo di questa improbabile unificazione federale ho sempre preferito, dicevo, un concorso di strategie, anche in differenti contesti istituzionali e con differenti modalità. Insomma l’Europa è unita e lo sarà sempre di più, ma questa sua unità è più della semplice Unione europea.  Comprende, oltre alle differenti strategie di integrazione e di cooperazione in atto all’interno dell’Unione, anche, ad esempio, la dimensione della protezione regionale dei diritti dell’uomo attraverso la Corte europea dei diritti dell’uomo, la cooperazione internazionale nell’area del Mediterraneo, le esperienze di cross-fertilization nel dialogo tra le corti e via dicendo.  Ma trovo singolare e francamente allarmante che proprio in ciò che questa Europa ha di più federale, e cioè la moneta unica, si debba ricorrere a strumenti così differenziati. L’impressione è  infatti che i differenti strumenti difficilmente possano essere ricondotti a una strategia coordinata  se non attraverso una continua opera di mediazione e negoziato che mostra, una volta per tutte, la fine dell’Unione come disegno istituzionale diverso e distinto dagli Stati che la compongono.  Lo stesso Joschka Fischer, il paladino della Costituzione europea, già in una intervista del 2011 alla Zeit, ne prendeva atto con disincanto, invitando a dimenticare l’Unione europea a 27, che sarebbe stata presto sostituita dagli Stati in condizioni di mantenere e salvaguardare l’euro (Cfr. Tina Hildebrandt, “Vergesst diese EU”, Die Zeit, 10 novembre 2011).
Aggiungo però un ulteriore elemento: tutto ciò implicherà una frammentazione e parcellizzazione della compagine degli Stati in Europa, nel senso  che si creeranno inevitabilmente delle cerchie diverse di Stati a secondo della gradazione di obblighi che intenderanno assumersi.
E avrà conseguenze importanti anche per i livelli di garanzia dei diritti sociali, come è stato peraltro già illustrato da coloro che mi hanno preceduto.  Perché non tutti gli Stati saranno in condizioni, visto che avranno vincoli differenti, di assicurare gli stessi livelli di garanzia dei diritti sociali, non solo per questioni economiche evidenti ma anche perché il quadro complessivo dei loro obblighi li potrà indurre a dover accorciare, tagliare, comprimere in alcuni casi e invece altri Stati potranno permetterselo. Verrà dunque meno quella coesione sociale, economica e territoriale che faticosamente si è fin qui cercato di costruire.
 Questo determinerà effetti importanti. Quali? La prima cosa che mi viene in mente è che si riprenderà a migrare da un Paese all’altro. Il che, intendiamoci, non è un fatto così tremendo, è un fatto quasi fisiologico. Negli Stati Uniti  che hanno un’esperienza federale molto, molto più matura della nostra, è del tutto normale che una persona nasca in uno Stato e poi decida di stabilirsi in un altro, dipende da quello che ritiene più opportuno fare.
Noi italiani, però, abbiamo una memoria collettiva in cui l’esperienza dell’ emigrazione è qualcosa di negativo, è un estremo rimedio all’indigenza,  siamo abituati a parlare ad esempio della fuga dei cervelli, viviamo e vivremo tutto ciò in un contesto di negatività, quasi come un lutto. Prepariamoci".




martedì 22 gennaio 2013

Il 2013 anno europeo dei cittadini


di Rosario Sapienza


Il 10 gennaio 2013 il Presidente della Commissione José Manuel Barroso e la Vicepresidente Viviane Reding, il Primo Ministro irlandese Enda Kenny e il Ministro irlandese per gli Affari europei Lucinda Creighton hanno inaugurato l'Anno europeo dei cittadini 2013 nella Rotonda del palazzo comunale di Dublino.
Per le celebrazioni dell'Anno europeo dei cittadini, nel 2013 è stata organizzata in tutta l'Unione una serie di manifestazioni, conferenze e seminari a livello dell'Unione e in ambito nazionale, regionale e locale.  In preparazione dell'Anno europeo la Commissione ha condotto, tra il 9 maggio e il 9 settembre 2012, un’ampia consultazione pubblica per rilevare i problemi incontrati dai cittadini nell'esercizio dei diritti legati alla cittadinanza europea. Dalle risposte emerge chiaramente l'importanza che i cittadini attribuiscono ai diritti di cui godono nell'Unione europea, specialmente alla libera circolazione e ai diritti politici. Gli interpellati vorrebbero un autentico spazio europeo in cui poter vivere, lavorare, spostarsi, studiare e fare acquisti senza trovarsi di fronte a ostacoli burocratici o discriminazioni. Tuttavia, resta del cammino da compiere: i cittadini hanno evidenziato svariati problemi, soprattutto la difficoltà di far rispettare i diritti dell'Unione a livello locale; la Commissione tratterà la problematica nella prossima relazione sulla cittadinanza dell'Unione, la cui pubblicazione è prevista nel corso del 2013.
La cittadinanza europea – che integra e non sostituisce quella nazionale – conferisce a tutti i cittadini dei 27 Stati membri dell'Unione una serie di diritti supplementari. Il cittadino dell'Unione ha il diritto di votare e candidarsi alle elezioni amministrative ed europee nello Stato membro in cui risiede, gode della tutela consolare delle autorità di un qualsiasi Stato membro se il suo Stato non è rappresentato all'estero, può presentare una petizione al Parlamento europeo, rivolgersi al Mediatore europeo e, dal 2012, partecipare a un’iniziativa dei cittadini europei.
Dalla cittadinanza europea derivano certamente molti diritti, di cui non sempre siamo consapevoli. Ad esempio, la libertà di circolazione è il diritto più apprezzato derivante dalla cittadinanza.  Ogni anno i cittadini europei compiono infatti più di un miliardo di spostamenti nell'Unione e sono sempre più numerosi quelli che esercitano il diritto di vivere in uno Stato membro diverso dal proprio. Eppure, sebbene oltre un terzo dei lavoratori (35%) sia pronto a prendere in considerazione un impiego in un altro Stato membro, quasi una persona su cinque ritiene che, all'atto pratico, vi siano ancora troppi ostacoli. Insieme alle difficoltà linguistiche, il principale scoglio al pendolarismo transfrontaliero è la carenza cronica di informazioni.
La Commissione europea è al lavoro per superare tali ostacoli. La relazione 2010 sulla cittadinanza dell'Unione ha presentato 25 azioni concrete per rimuovere gli ostacoli che i cittadini europei incontrano tuttora nell'esercizio del diritto alla libera circolazione all'interno dell'UE. Tra queste figurano campagne di sensibilizzazione sullo status di cittadino europeo, sui relativi diritti e sulle implicazioni nella vita quotidiana. Durante quest'Anno europeo dei cittadini la Commissione pubblicherà la seconda relazione sulla cittadinanza dell'Unione, che fungerà da piano d'azione inteso a eliminare i rimanenti ostacoli che impediscono ai cittadini dell'Unione di godere pienamente dei propri diritti.
Così, in estrema sintesi, la cronaca dei fatti recenti, ricostruita sulla scorta dei comunicati stampa. Da essa sembra ricavarsi che la cittadinanza europea sia una condizione dalla quale deriva il riconoscimento di diritti ai “cittadini” europei.
La mia impressione è invece che i diritti, o meglio la loro protezione, siano ormai scollegati dalla tematica dell’identità e della cittadinanza. Come si sa,  nel modello tradizionale recepito anche dal diritto internazionale, la cittadinanza esprime quel nesso tra un individuo e uno Stato che rappresenta il presupposto per il godimento delle libertà fondamentali. Dunque è corretto affermare che in questo modello  esiste un nesso stretto tra la condizione di cittadino e il riconoscimento di diritti. E ben si comprende come su questa realtà si innestino anche dinamiche volte alla costruzione di identità nazionali.
Orbene questo modello è da tempo entrato in crisi così come è entrato in crisi lo Stato-nazione, in quanto comunità basata sulla identificazione dello Stato con la nazione, per cui i cittadini di uno Stato sono gli appartenenti alla comunità nazionale che si esprime e si organizza attraverso quello Stato. Oggi assistiamo sempre di più in Europa al costituirsi di società multietniche, a motivo dell’intensificarsi di fenomeni migratori dovuti alla globalizzazione (ma le migrazioni ci sono sempre state per la verità), e dunque al consolidarsi di un differente modello di Stato e in genere di organizzazione dei rapporti politici tra gli individui e lo Stato: quello del riconoscimento dei diritti umani a tutti coloro che si trovino “within the jurisdiction” (così recita l’articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ed anche gli altri trattati sui diritti dell’uomo con comparabili formulazioni).
La cittadinanza non è più dunque un elemento determinante per il riconoscimento dei diritti, anche se ancor oggi molti diritti vengono riconosciuti solo ai cittadini (per esempio quelli di elettorato alle elezioni politiche). Anche su questo versante osserviamo comunque in atto interessanti movimenti e trasformazioni volte alla parificazione, per quanto possibile, dei diritti degli stranieri a quelli dei cittadini.
In quest’ottica, il tema della cittadinanza europea, pur interessante in quanto pone il problema difficile, ma ineludibile, del superamento della cittadinanza nazionale in favore di un legame con l’entità più ampia e comprensiva rappresentata dall’Unione europea, appare inevitabilmente datato proprio nel suo tentativo di voler costruire un nesso individui-entità politica di appartenenza in una logica ormai in via di superamento quale appare quella della cittadinanza.



giovedì 3 gennaio 2013

Mancano i diritti nell'Agenda Monti


di Rosario Sapienza


La stampa italiana registra in questi giorni  non pochi commenti critici al documento noto come “Agenda Monti” diffuso dal premier uscente professor Mario Monti e presentato come  il programma della sua ... “salita in politica”.  Tra le varie critiche, trovo particolarmente importanti quelle avanzate da Stefano Rodotà su la Repubblica e da Vladimiro Zagrebelsky su La Stampa di oggi. Con vari argomenti, i due commentatori lamentano il fatto che nell'attuale  dibattito culturale italiano e in particolare nell’Agenda Monti, la questione dei diritti e delle libertà sia quasi del tutto assente. Entrambi ritengono che queste tematiche siano però adeguatamente sviluppate in Europa e che il problema sarebbe insomma tutto italiano.

Ora, è condivisibile l’affermazione secondo la quale la sensibilità per la tematica dei diritti è molto maggiore nei Paesi europei diversi dall’Italia, mentre è più difficile accettare la tesi della protezione dei diritti quale caratteristica del modello europeo di governance che dunque l’Agenda Monti avrebbe così tradito. E’ vero che l’Unione europea è stata insignita del premio Nobel per la pace, tra l’altro, per la propria azione a favore dei diritti umani, ma abbiamo avuto modo di segnalare quanti dubbi e perplessità abbia suscitato questo riconoscimento.

Al contrario, bisogna ricordare come diverse Corti costituzionali di Stati europei, e tra queste soprattutto quella tedesca e quella italiana, abbiano affermato che i livelli di garanzia dei diritti umani nel modello di governance  della Comunità europea, prima,  e dell’Unione, poi, lascino a desiderare. Basta qui rievocare la risalente giurisprudenza Solange della Corte tedesca e la teoria dei controlimiti della nostra Corte costituzionale. Tanto che, sia pure tra non poche difficoltà, l’Unione sta negoziando la propria adesione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Insomma, nell’Agenda Monti non si parla né di diritti né di libertà, perché nel modello dell’Unione europea di essi ci si cura in verità poco e solo in quanto siano funzionali all’instaurazione e al buon funzionamento del Mercato Unico. E l’Agenda Monti, per ammissione del suo stesso autore, è un elenco di cose da farsi perché l’Italia possa degnamente continuare a sedere tra i membri dell’Unione. Una Unione nella quale evidentemente la tutela dei diritti e delle libertà non è la prima preoccupazione.

   

domenica 23 dicembre 2012

La crisi dell'Europa vista da Habermas


                   di Rosario Sapienza

E’ in libreria in Italia per i tipi di Laterza, "Questa Europa è in crisi", una parziale traduzione dal tedesco dell’ultimo volume di Jürgen Habermas, Zur Verfassung Europas. Ein Essay, uscito l’anno scorso in Germania.

L’edizione italiana comprende dunque due saggi (è stata espunta una parte che riguardava più direttamente questioni di interesse interno tedesco), uno dedicato alla ricostruzione della storia del concetto di dignità umana  (pp. 3-31) e l’altro (pp. 33-98)  alla possibilità di una Europa costituzionale che evolva verso un obiettivo dichiaratamente federale

Nel riproporre le sue note posizioni sulla possibilità e desiderabilità di una Costituzione europea (magari aggiornate al Lissabon Urteil della Corte federale tedesca, i cui riflessi si colgono nel ruolo che il filosofo riserva agli Stati nazionali di garanti della giustizia e della libertà),  Habermas  si riconferma il più coerente erede di una tradizione kantiana e di quanto essa debba all’illuminismo tedesco.

Il chiaro autore infatti vede e disegna un quadro nel quale esistono solo l’individuo, gli Stati nazionali e le istituzioni dell’Unione (a parte il cenno a  p. 76 a un “legame politicamente rilevante con la regione d’origine”, peraltro oggetto di un fugace riferimento). Sembra dimenticare invece che la storia dell’Europa è stata fatta dalle sue comunità vitali, dalle regioni e dalle corporazioni, dai territori per i quali egli non ha attenzione, costruendo un progetto istituzionale appunto “illuministico”,  scollegato dalla realtà vitale dell’Europa. 

E’ ben comprensibile, storicamente, che il progetto di una liberazione dell’uomo dalle pastoie della società feudale abbia portato a considerare funzionale l’abbandono della dimensione territoriale, o meglio a sostituire ai legami vitali con il territorio un nesso formale con una entità astratta come lo Stato (cittadinanza) o ultrastatuale come la natura umana (diritti umani), ma gli esiti attuali di questo processo (del quale non condividiamo la ottimistica valutazione di Habermas) rendono necessaria una ripartenza proprio dai territori. Solo una Europa delle regioni potrà offrire una garanzia autentica dei diritti umani.


sabato 24 novembre 2012

Catalogna e Scozia: verso l'indipendenza?

di Rosario Sapienza

 Maturano sviluppi interessanti per le autonomie europee, sia in Spagna che nel Regno Unito. In Spagna, domenica 25 novembre i catalani tornano alle urne per una consultazione elettorale anticipata, voluta dal governatore Artur Mas di  Convergencia i Uniò,  il partito nazionalista cattolico dello storico leader Jordi Pujol che alla sua guida governò dal 1980 ininterrottamente per ventitré anni. Nel Regno Unito, lo Scottish National Party di Alex Salmond prepara per il 2014 un referendum per l’indipendenza della Scozia, con l’assenso di Downing Street.  

Il motivo per cui Mas porta la Generalitat Catalana a queste elezioni è l’interruzione del negoziato con il governo centrale di Mariano  Rajoy, del PPE (il Partito Popular Espanol, storicamente ispirato a una filosofia di governo centralista) sulla autonomia fiscale della Catalogna che, già dotata di importanti poteri autonomistici, aspira ora alla piena disponibilità della leva fiscale. Insomma chiede che i soldi dei Catalani restino a Barcellona.

D’altra parte, e comprensibilmente,  Rajoy, sotto esame per ottenere una ulteriore tranche di aiuti europei,   non può permettersi di largheggiare proprio  sulle imposte e dunque tiene la posizione.

Ma la Catalogna scalpita, forte della sua posizione economica (da sempre è  considerata uno dei motori dell’economia europea) e di un diffuso sentimento popolare sempre più favorevole all’indipendenza. Lo scorso 12 settembre, due milioni di catalani hanno manifestato a Barcellona per chiedere a gran voce l’indipendenza dal governo di Madrid.


Per comprendere meglio quanto sta accadendo può essere utile ricordare che la Costituzione Spagnola permette la craezione di Comunità Autonome, dotate di ampi poteri per la gestione dei loro territori e la Catalogna è appunto una di esse, fondando le sue pretese autonomiste su ragioni storiche perché essa fu indipendente da Madrid fino alla fine del secolo XV  facendo parte dei possedimenti di  Ferdinando, re di Aragona e Catalogna, e l’unione con Madrid si deve appunto al suo matrimonio con  Isabella di Castiglia, che realizzò la fusione sotto un'unica corona dei due regni più importanti della penisola iberica.

Il 18 giugno 2006, un referendum popolare ha approvato un nuovo Statuto di autonomia che dota  la Generalitat Catalana di maggiori poteri rispetto al vecchio Statuto del 1979. Si tratta di un documento assai esteso e complesso (oltre duecento articoli) e mostra la chiara volontà dei suoi redattori (nonostante alcuni interventi correttivi in sede di riconoscimento nazionale) di accentuare la dimensione identitaria dell’ autonomia, a cominciare,  per esempio, dalla parificazione della lingua catalana a quella castigliana o dal riconoscimento di diritti individuali non contemplati dalla Costituzione Spagnola, o ancora il rafforzamento dell’autonomia giudiziaria rispetto al sistema nazionale spagnolo.

Lo Statuto è poi particolarmente innovativo proprio in riferimento alle problematiche fiscali, rafforzando la capacità decisionale delle  autorità catalane in materia. E proprio sull’ attuazione di questa parte del documento si è arrivati allo scontro con il governo di Madrid.

Diversa, ma ugualmente interessante la vicenda scozzese. Alex Salmond   ha incassato  recentemente  l’assenso del premier britannico Cameron a un referendum sulla indipendenza della Scozia da tenersi nell’autunno del 2014. La Scozia dunque potrebbe, da quel momento, pur tra non poche difficoltà di carattere costituzionale e politico,  diventare indipendente dal Regno Unito pur restando, pare, un membro del Commowealth. Questo è, del resto, un punto centrale nel programma politico dello Scottish National Party, guidato appunto da Alex Salmond, che ha vinto le elezioni del 2011.

La Scozia gode già di una notevole autonomia nell’organizzazione costituzionale del Regno Unito. Ma forse non tutti sanno che il tema dell’autonomia scozzese, pur avendo solide radici risalenti nel tempo, è diventato attuale solo da qualche tempo. Le prime elezioni per il Parlamento Scozzese si sono infatti tenute solo nel 1999 (benché, come qualcuno ricorda, gli Scozzesi abbiano avuto un loro parlamento fino al 1707).

L’autonomia della Scozia all’interno del Regno Unito, che ha indubbiamente ricevuto grande impulso dalla scoperta negli anni settanta di importanti giacimenti petroliferi al largo delle sue coste, è dunque una vicenda relativamente recente.

L’intero dossier della indipendenza scozzese è stato gestito con un certo imbarazzo da Downing Street, che sembra però aver preso adesso l’iniziativa, offrendo in alternativa all’indipendenza, la cosiddetta “devo-max” ossia una devoluzione di poteri ben maggiore di quanto fino ad adesso concesso, inclusa una piena autonomia finanziaria e tributaria. Il governo scozzese è apparso incline a far valutare la proposta dal referendum in programma.

In entrambi i casi, dunque, sembra che la richiesta di indipendenza sia un elemento di un braccio di ferro volto ad ottenere la piena autonomia fiscale agitando lo spauracchio della scelta più radicale. Sono comunque sviluppi che meritano attenzione.





martedì 13 novembre 2012

A un anno dalla scomparsa di Marcello Palumbo, un grande europeista

di Rosario Sapienza     

      Da poco più di un anno Marcello Palumbo ci ha lasciato. Se n’è andato nel mese di settembre del 2011, prima di compiere il novantunesimo compleanno (era nato a Napoli nel 1920) e di poter celebrare il cinquantesimo anniversario della “sua” Associazione dei Giornalisti Europei (della quale fu fondatore e primo segretario generale).
    Non amo in genere le commemorazioni e i necrologi. Credo infatti che ognuno di noi debba custodire dentro di sé il ricordo delle persone care e che il tempo dedicato al ricordo del passato sia  sottratto all’oggi e alla progettazione del futuro.
   Ma sento il dovere di ricordare un amico e un maestro, di giornalismo, di europeismo, di vita. Da lui ho appreso il mestiere di giornalista (che ho praticato per tanti anni) e  la curiosità per la vicenda europea, che mi ha sorretto e ispirato nella mia ricerca accademica. Non sono invece riuscito a far mio quel misto di nettezza e di  garbo  che lo caratterizzava e che faceva sì che i suoi commenti, anche duri e critici, non riuscissero mai sgraditi a chi ne era il destinatario.
    Lo incontrai per la prima volta nel 1975 a Lovanio, dove entrambi ci eravamo recati per prendere parte al secondo congresso europeo degli exallievi salesiani, il primo dedicato alla costruzione dell’Europa unita. E poi, negli anni, la consuetudine di un’amicizia, sempre deferente da parte mia, sincera e schietta  da parte sua, nonostante ci dividessero oltre trent’anni e un abisso incolmabile quanto a professionalità ed esperienza.
    Marcello Palumbo era stato tra i primi in Italia ad appassionarsi all’ideale europeista ed era stato presente alla firma in Campidoglio dei Trattati di Roma. E all’Europa aveva dedicato per anni la sua attività sia di giornalista che di editore, con la celebre Agenda Europea, un must per chi negli anni sessanta e settanta si occupava di cose europee.
    Anche in questi ultimi anni aveva continuato la sua militanza europeista ,che gli era valsa tanti riconoscimenti (da ultimo nel 2005 il premio di giornalismo “Kostantinos Kalligas” a Patrasso), anche se  gli era toccato in sorte di vedere il progetto europeista avvitarsi tra mille difficoltà e sempre ricominciare il suo accidentato cammino. A noi che restiamo lascia l’esempio di un ideale coltivato e perseguito con l’impegno di una vita, cosa ormai assai rara. Ciao Marcello!

martedì 8 maggio 2012

Il 9 Maggio è la Festa dell'Europa

E' difficile oggi celebrare la festa dell'Europa, difficile pensare che si possa guardare con fiducia al futuro dell'Europa, celebrando il suo passato. Noi vogliamo farlo nel ricordo di quel 9 maggio 1950, quando nella Sala dell'Orologio del Quai d'Orsay, Robert Schuman tenne il suo discorso nel quale affermava la necessità di una costruzione per gradi dell'Europa unita. Eccone il testo in traduzione italiana

"La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.

Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent'anni antesignana di un'Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L'Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.

L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L'unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l'azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.
A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l'azione su un punto limitato ma decisivo.

Il governo francese propone di mettere l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei. 

La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.

La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile. La creazione di questa potente unità di produzione, aperta a tutti i paesi che vorranno aderirvi e intesa a fornire a tutti i paesi in essa riuniti gli elementi di base della produzione industriale a condizioni uguali, getterà le fondamenta reali della loro unificazione economica.

Questa produzione sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace. Se potrà contare su un rafforzamento dei mezzi, l'Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni.

Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace. 
Per giungere alla realizzazione degli obiettivi così definiti, il governo francese è pronto ad iniziare dei negoziati sulle basi seguenti.

Il compito affidato alla comune Alta Autorità sarà di assicurare entro i termini più brevi: l'ammodernamento della produzione e il miglioramento della sua qualità: la fornitura, a condizioni uguali, del carbone e dell'acciaio sul mercato francese e sul mercato tedesco nonché su quelli dei paese aderenti: lo sviluppo dell'esportazione comune verso gli altri paesi; l'innalzamento delle condizioni di vita della manodopera di queste industrie.

Per conseguire tali obiettivi, partendo dalle condizioni molto dissimili in cui attualmente si trovano le produzioni dei paesi aderenti, occorrerà mettere in vigore, a titolo transitorio, alcune disposizioni che comportano l'applicazione di un piano di produzione e di investimento, l'istituzione di meccanismi di perequazione dei prezzi e la creazione di un fondo di riconversione che faciliti la razionalizzazione della produzione. La circolazione del carbone e dell'acciaio tra i paesi aderenti sarà immediatamente esentata da qualsiasi dazio doganale e non potrà essere colpita da tariffe di trasporto differenziali. Ne risulteranno gradualmente le condizioni che assicureranno automaticamente la ripartizione più razionale della produzione al più alto livello di produttività.

Contrariamente ad un cartello internazionale, che tende alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati nazionali mediante pratiche restrittive e il mantenimento di profitti elevati, l'organizzazione progettata assicurerà la fusione dei mercati e l'espansione della produzione.

I principi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli stati e sottoposto alla ratifica dei parlamenti. I negoziati indispensabili per precisare le misure d'applicazione si svolgeranno con l'assistenza di un arbitro designato di comune accordo : costui sarà incaricato di verificare che gli accordi siano conformi ai principi e, in caso di contrasto irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata.

L'Alta Autorità comune, incaricata del funzionamento dell'intero regime, sarà composta di personalità indipendenti designate su base paritaria dai governi; un presidente sarà scelto di comune accordo dai governi; le sue decisioni saranno esecutive in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti. Disposizioni appropriate assicureranno i necessari mezzi di ricorso contro le decisioni dell'Alta Autorità.
Un rappresentante delle Nazioni Unite presso detta autorità sarà incaricato di preparare due volte l'anno una relazione pubblica per l'ONU, nelle quale renderà conto del funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi fini pacifici.

L'istituzione dell'Alta Autorità non pregiudica in nulla il regime di proprietà delle imprese. Nell'esercizio del suo compito, l'Alta Autorità comune terrà conto dei poteri conferiti all'autorità internazionale della Ruhr e degli obblighi di qualsiasi natura imposti alla Germania, finché tali obblighi sussisteranno".

venerdì 4 maggio 2012

Il riscatto della Sicilia è possibile. Quindici anni fa il documento del Gruppo di Caltagirone



Quindici anni fa, nel 1997,  il Gruppo di Caltagirone - così denominato dal luogo della sua  prima riunione, avvenuta il 30 novembre del 1996 - elaborò, nel corso di una serie di incontri, un documento per il rilancio del­l’iniziativa economica in Sicilia, indicando le priorità su cui puntare per promuovere questo sviluppo.

Era un gruppo informale di politici, accademi­ci e studiosi militanti,  di diversa estrazione culturale e profes­sionale, convinti però tutti che le  condizioni economiche e sociali della Sicilia, frutto della sua perifericità nel mercato globale mondiale, potessero cambiare.

Ripropongo quel documento, del quale fui tra gli estensori e firmatari nella veste di segretario del Gruppo, non solo per dare testimonianza dello spirito di quei tempi, ma anche perché credo che alcune delle sue proposte abbiano mantenuto una loro vitalità.  


Il riscatto della Sicilia è possibile



Le attuali condizioni economiche e sociali della Sicilia sono il frutto della sua condizione di marginalità che la condanna ad es­sere nel mercato globale mondiale soprattutto un’area di consumo. Tale condizione dipende anche dalla sua posizione periferica che può tuttavia costituire, se dinamicamente interpretata nel contesto euromediterraneo, una risorsa e non un handicap. Crediamo infat­ti, che il riscatto della Sicilia, nonostante tutto, sia ancora possibi­le. Occorre, però, rifare il tessuto della società e costruire una Si­cilia “nuova”, capace di rendersi autenticamente protagonista del proprio sviluppo in leale competizione con tutte le altre regioni d’Europa.
Ciò implica una continua opera di ricostruzione tra le genti si­ciliane di un atteggiamento sanamente imprenditoriale. Non si trat­ta soltanto di operare per la diffusione di conoscenza tecnico-economiche che possano tradursi in iniziative imprenditoriali ma di far sì che nel tempo vengano spaz­zati via secolari atteggiamenti di rassegnazione e fatalismo. Oc­corre, in primo luogo, che il po­polo siciliano sappia recuperare il coraggio di costruire da sé il proprio avvenire, il gusto di es­sere imprenditore del proprio fu­turo, senza attendere dall’alto o dall’esterno la soluzione dei propri problemi.
Ma questo non si può realiz­zare se manca lo sforzo effica­ce per fare emergere, oggi, aspet­ti profondi dell’identità cultura­le siciliana, che possano model­lare in maniera originale e spe­cifica istituzioni, organizzazioni socio-economiche e procedure amministrative, diffondendo un rinnovato gusto nell’operare ed una conseguente efficienza an­che nella cosa pubblica.

A tal proposito, consideriamo che anche l’autonomia della no­stra Regione è una risorsa che può e deve essere ripensata, per volgerla alla realizzazione di questo obiettivo. Per riportare infatti l’autonomia nell’alveo della sua vera funzionalità, è ne­cessario riformare lo stesso mo­do di concepire la Regione, re­spingendo la cultura centralistica che ne ha accentuato la di­stanza rispetto al territorio ed ai soggetti istituzionali, sociali ed economici che vi operano.
In tale direzione occorre, pri­ma di tutto, modificare la concezione stessa della “specialità” dello Statuto regionale siciliano, abbandonando la visione di una autonomia “ingessata” nel busto di una costituzionalità che ha im­pedito di fatto ogni modifica, per recuperare flessibilità e velocità di azione, strumenti indispensabili per fronteggiare le nuove e dif­ficili situazioni sociali ed economiche. In questa prospettiva del rias­setto dei poteri regionali bisogna puntare decisamente sul principio di sussidiarietà quale strumento ordinatore e di valorizzazione del­le autonomie comunitarie di base. A tal fine necessitano: da un la­to, modelli organizzativi contrattuali e finanziari per favorire il trasferimento delle funzioni e quindi la mobilità del personale; dall’altro lato, una radicale riforma del rapporto con le autonomie locali, culturali e sociali arrivando ad istituire una vera e propria Camera delle autonomie.
Mentre, infatti, ci si avvia verso una riforma dello Stato nel sen­so di un accentuato regionalismo, sarebbe in verità assai deluden­te se tutto ciò dovesse tradursi nella sostituzione del centralismo della Regione al centralismo dello Stato. Occorre dunque che la Regione attui al suo interno una vigorosa politica di redistribuzio­ne delle competenze, ispirata al principio della sussidiartela, e quin­di capace di “puntare” sugli enti locali per il futuro del popolo si­ciliano. Una Regione nuova, dunque. Snella, agile e votata più al­l’esercizio di poteri di indirizzo e di coordinamento che alla ge­stione dell’ordinaria amministrazione.

Ma ciò non sarà possibile se non si opererà una riforma istituzionale che attenga ad una nuova definizione delle funzioni regionali che non si possono configura­re più soltanto secondo i momenti della legislazione (affidata al­l’Assemblea) e amministrazione (intesa quest’ultima come esecu­zione della prima affidata al Governo) ma devono interpretarsi prioritariamente come autonome e responsabili attività di governo e di controllo.

Sarebbe, tuttavia illusorio, credere che lo sviluppo endogeno del­la Sicilia possa realizzarsi soltanto, attraverso le pur necessarie rifor­me istituzionali delle quali abbiamo appena segnalato le più urgenti. Occorre anche avviare iniziative concrete di rilancio del tessuto eco­nomico e produttivo dell’isola.
Ciò si ottiene da subito istituendo immediatamente un nuovo rap­porto con le istituzioni dell’Unione Europea. Non e possibile oggi, infatti, concepire un qualsiasi progetto di sviluppo regionale se non nell’ambito delle compatibilità e delle opportunità predisposte dal­l’unione Europea, che, nel quadro dell’Europa delle Regioni e dei popoli, diventa l’autentico interlocutore della progettualità delle co­munità locali. Al riguardo l’obiettivo è quello di mantenere la stra­tegia del progetto in ambito regionale anche se è necessario che da fuori vengano competenze tecniche e soprattutto finanziamenti.

Occorre poi, anche con proce­dure straordinarie, attuare i pro­getti immediatamente cantierabili riguardanti le grandi infrastrutture produttive, fornendo un apporto pubblico di risorse finanziarie che renda concor­renziale il sistema creditizio lo­cale, agevolando in tutti i mo­di possibili l’utilizzo dei fatto­ri della produzione da parte del­le imprese locali.
A tal proposito, fermo re­stando che le grandi scelte strategiche sono di competenza del­le assemblee democraticamente elette e che gli esecutivi devo­no operare scelte delle quali si assumono le responsabilità, la realizzazione delle grandi ope­re sarà possibile solo se le pro­cedure verranno accelerate. Un commissario straordinario, o una commissione di managers, ovvero una primaria società internazionale di auditing potreb­be occuparsi sia della valutazione iniziale dei progetti, sia della valutazione in itinere del­la loro attuazione, in modo da dare alla procedura quella tra­sparenza che è indispensabile condizione per il reperimento anche sui mercati internaziona­li di finanziamenti per lo svi­luppo della Sicilia.

Si tratta, insomma, di lanciare un nuovo modello di sviluppo della Regione, proprio a parti­re dalla condizione di margina­lità cui l’evoluzione storica sembra averla condannata. Il fatto di essere in posizione di perifericità rispetto alle grandi correnti dei flussi finanziari che attraversano il mercato globale, non impedisce tuttavia di svolgere, quando se ne abbia piena consapevolezza, un ruolo significativo nell’area del Mediterraneo, un ruolo al quale la nostra collocazione geografica ci candida per vocazione ineludibi­le. Bisogna evitare che alla perifericità geografica ed economica si accompagni anche la marginalità culturale, ossia l’accettazione rassegnata di questa condizione di emarginazione. Dunque occorre far ricorso alla creatività, mobilitando tutti gli strumenti che possono apparire utili: cercare forme non punitive di riduzione del costo del lavoro, predisporre agevolazioni che possano attrarre gli insedia­menti produttivi, affinare le conoscenze e le abilità nell’uso delle moderne tecniche finanziarie e telematiche. Quello che serve alla Sicilia ed ai siciliani è uno sviluppo “compatibile” con la globa­lizzazione, ma tale da non esserne appiattiti o stravolti. La regionalità e una nuova concezione del “mercato mediterraneo” devono essere organizzati in un gioco nuovo che guidi, secondo i nostri in­teressi e rispettando la nostra identità, le dinamiche generate nel “villaggio globale”.

Soltanto così, coniugando realismo e fantasia, sarà possibile un vero rilancio dell’economia siciliana, costruendo un futuro miglio­re per noi e per le nuove generazioni.

Giuseppe Azzaro, Francesco Parisi, Giovanni  Montemagno, Emilio Giardina, Andrea Piraino, Mario Centorrino, Vincenzo Fazio, Angelo Sindoni, Vincenzo Li Donni, Calogero Lo Giudice, Leonardo Urbani, Francesco Teresi, Eugenio Guccione, Salvatore Azzaro, Rosario Sapienza, Antonio Pi­raino, Pasquale Orteca, Placido Rapisarda, Francesco Iudica






mercoledì 2 maggio 2012

Palermo 29 Aprile. Per le Autonomie e le Libertà in Europa. Frammenti di un manifesto politico


Domenica 29 aprile, a Palermo, nella Sala Wagner del Grand Hotel et des Palmes, ho incontrato i giovani autonomisti della provincia. Questo in sintesi il mio intervento



1. L’attuale governo dei tecnici in Italia ha segnato la fine della cosiddetta Seconda Repubblica, una esperienza ancora difficile da comprendere e valutare nella sua complessità, ma comunque finita perché i suoi attori, tanto a destra quanto a sinistra, si sono dimostrati inadeguati alla soluzione dei problemi urgenti che il momento politico ed economico poneva.   Tale inadeguatezza ha riguardato soprattutto due problemi, distinti ma collegati. Non aver compreso la pervasività della dimensione europea e non aver compreso che l’Italia, così com’è, non è all’altezza di questa dimensione europea.

 E’ giunto il momento dunque di ripensare questa duplice dimensione di inadeguatezza e rifondare in senso autenticamente europeista e autonomista la politica e la società in Europa.  L’affermazione della scelta autonomista appare urgente nell’attuale difficile momento che il cammino dell’unificazione europea sta attraversando  e che induce a più di una riflessione tutti coloro che abbiano a cuore le sorti del nostro continente.  Ci proponiamo di operare al di là degli schieramenti per costruire un’Europa autenticamente federale e solidale. Un’Europa all’interno della quale trovino, innanzi tutto, adeguato riconoscimento tutte le componenti culturali che hanno nei secoli concorso alla sua edificazione. Non ci sta bene dunque una Costituzione che pretenda di guardare al futuro negando il passato.

Né riteniamo sufficiente lo spazio concesso alle realtà regionali all’interno della Costituzione attuale. Occorre invece puntare a una decisa valorizzazione delle dimensioni territoriali. Anche all’interno degli Stati, la cui sovranità non può rappresentare uno schermo al riparo del quale edificare nuove strategie centraliste. L’Unione europea dispone, a partire da una corretta interpretazione del principio di sussidiarietà,  degli strumenti per una autentica regionalizzazione, promuovendo lo sviluppo delle aree bisognose di rinnovate strategie di coesione.

 2. Siamo fermamente convinti, però che il futuro dell’Europa non può dipendere solamente da un mutamento delle strategie dell’Unione.  E che occorre operare anche all’interno dei singoli Stati membri, a cominciare dall’Italia.  L’autonomia che difendiamo è quella di cui parla la Costituzione italiana quando all’articolo 5 dice che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”.

 Dunque l’autonomia della quale parliamo, o meglio la sua promozione e la sua difesa è un principio fondamentale della nostra Costituzione, ma ancora largamente inattuato. Vogliamo operare per la sua piena attuazione, per uno Stato che sia autenticamente un’agile struttura di coordinamento delle autonomie, e non una macchina centralista e burocratica.

 Ci proponiamo dunque di agire per il cambiamento in senso autonomista tanto della Costituzione europea  quanto per la piena attuazione del disegno autonomista della Costituzione italiana.


3.  In questo quadro d’insieme nazionale, si inserisce la nostra battaglia a difesa dello Statuto autonomistico siciliano, uno Statuto che difendiamo a partire dalla sua natura pattizia, cioè di accordo tra eguali, il popolo siciliano e il popolo italiano.   Di questa natura pattizia e di quell’autonomismo fino a qualche tempo fa  sembrava perso il ricordo e la Regione andava mestamente a rimorchio dello Stato nazionale, finché non si è avviata in Sicilia  la  rivoluzione autonomista e si è  ripreso il cammino a difesa dello Statuto. A partire dalla sua natura pattizia. Per cui rivendichiamo a gran voce  quell’Alta Corte di cui ancor oggi parla lo Statuto agli artt. 24 e ss., che non era un privilegio tra gli altri, ma organo di arbitrato tra eguali, garante con la sua terzietà proprio della natura pattizia dello Statuto.

Ma molto altro dello Statuto è rimasto inattuato.   Cosa ne è, ad esempio,  dell’art. 31 che dice, tra l’altro, che la polizia dello Stato dipende dal Governo regionale? Cosa ne è stato dell’articolo 36  sui tributi regionali? Cosa dell’art. 38 e della solidarietà nazionale cui esso si riferisce?   


 Allora io dico: in fondo ci sta bene pure ancora oggi lo Statuto del ’46, purché attuato e attuato per intero. E se a una battaglia politica dobbiamo invitarci oggi e invitare i siciliani, questa deve essere la battaglia per uno Statuto nel quale possa riconoscersi la nostra passione per l’autonomia. In Catalogna un partito che si intesta specialmente la battaglia autonomista c’è da sempre e l’autonomia catalana funziona. In Baviera un partito regionale c’è. Perché non può esserci anche in Sicilia? Ci deve essere, ci vuole, ci serve.

  4. Tutto ciò si ricollega a una posizione più generale, se volete, di filosofia politica.  C’è infatti  un nesso genetico tra il potere e il territorio nella teoria politica e filosofica del potere.


Carl Schmitt ricorda che l’ordine costituito è un ordine sul territorio, e che la parola ordine condivide l’etimo con la parola che indica l’origine, dunque un luogo. E il potere è un potere che si esercita appropriandosi di uno spazio, fin dalla prima riflessione ancora in epoca feudale.
 Quando si mette a punto una teoria della sovranità dello Stato il territorio assurge da subito al rango di elemento costitutivo della persona giuridica dello Stato.

 Ma la giuridicizzazione del potere altro non è se non l’esito di un processo di astrazione  che conduce a fare del territorio una immagine indifferenziata, astraendo appunto da ciò che lo rende  una realtà viva e concreta. E, in generale, le teorie giuridiche sono teorie di astrazione e metafisicizzazione del reale, il cui esempio migliore è offerto dal continuum Kelsen-Luhmann, che conduce alla costruzione di una teoria giuridico-politica formale e astratta.

  Questo processo conduce poi (e in essa si esalta) alla totale metafisicizzazione del potere attraverso la telematica, che altro non è se non la collocazione dei rapporti in un non luogo cibernetico che come tale prescinde da una collocazione reale e viva.
Uomini senza tempo vivono vite di plastica in città anonime comunicando ormai soltanto in uno spazio cibernetico virtuale.
E la relazione di potere si costituisce semplicemente attraverso l’introiezione della relazione di una comunicazione a senso unico, che irrompe nella solitudine dell’individuo e di nuovo lo fa schiavo secondo la ben nota  sequenza: individuo-consumatore-spettatore-elettore.

 A questa dinamica, umanamente insostenibile,  sempre più si oppone un movimento nel quale la difesa del territorio assume la valenza della difesa di una alterità: la difesa non del territorio indifferenziato di un’ecologia di maniera, ma la difesa del mio territorio, del nostro territorio come spazio vitale nel quale crescono e si affermano la diversità contro l’omologazione, la carne e il sangue contro la plastica, la vita vissuta contro l’artificialità della vita pensata, rapporti umani significativi e gratuiti contro rapporti tra individui atomizzati che sono solo contatti/contratti.

5. Questa tendenza si manifesta oggi in Europa, e non solo, nei numerosi movimenti di rivendicazione dell’autonomia di questo o quel territorio (in una logica di autonomia o di autodeterminazione, poco importa a questi nostri fini), che non sono semplici richieste di una diversa organizzazione della cosa pubblica,  ma istanze forti di riconoscimento di una diversità di gruppo che non vuol cedere alla massificazione dell’individualismo  metropolitano e che fondano proposte politiche alternative ai tanti centralismi, a loro volta  espressione delle logiche spersonalizzanti del potere.

 Appare chiaro dunque che ci troviamo oggi di fronte a una vera e propria rivincita dei territori, laddove il proliferare di istanze anticentraliste costituisce il Leit-Motif di un discorso politico non nuovo, certo, ma altrettanto certamente assai significativo che deve essere adeguatamente esaminato dai decision makers e messo a tema. 

In quest’ottica va collocata appunto la battaglia autonomista che si è avviata da qualche tempo in Sicilia. Come dicevo sopra l’autonomia della Regione Siciliana è proprio la stessa autonomia dell’articolo 5 della Costituzione, solo che è attuata attraverso uno Statuto Speciale, anch’esso parte della Costituzione. Non c’è diversità di fondamento giuridico nella Repubblica, una e indivisibile, ma diversità di manifestazione e di attuazione. Anche se l’autonomia della Regione Siciliana, da un punto di vista storico, si è manifestata in passato attraverso un movimento di idee a caratterizzazione francamente indipendentista, al quale guardiamo comunque come un momento alto della tensione del popolo siciliano verso istituzioni di autogoverno.

  Questa autonomia, quella della Regione Siciliana, ma anche quella contemplata nella Costituzione è stata tradita, a Roma come a Palermo, attraverso una attuazione parziale e incompiuta.
L’autonomia della Regione Siciliana non è stata e non è quella che avrebbero voluto i padri del nostro Statuto, ma nemmeno può dirsi oggi che nel suo complesso la Repubblica italiana pienamente adegui “i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia”.

E’ dunque necessario rilanciare il discorso dell’autonomia e rimetterlo al centro del dibattito politico per poter sostenere con la propria progettualità politica il disegno autonomistico incompiuto e per poter dare così compiuta attuazione alla Costituzione repubblicana.

 6. E di qui ritorniamo al punto di partenza del nostro ragionamento. La battaglia autonomista  deve poi inquadrarsi nella logica della complessiva dimensione europea, la nuova e pervasiva dimensione istituzionale sul continente europeo, che può rafforzarla,  riempiendola di nuovi contenuti o rappresentare invece la punta di diamante di una strategia di contrasto.

Oggi l’autonomia delle regioni europee rappresenta invero una concreta occasione per ripensare le dinamiche dell’integrazione a livello del continente europeo e in questa dimensione ci inseriamo, consapevoli dell’originalità che ci deriva dal fatto di essere nell’area del Mediterraneo, una componente importante della presenza europea.

Ma le strategie di dialogo con l’Unione europea devono essere particolarmente avvedute, poiché l’Unione con chiarezza è oggi espressione delle stesse logiche di formalizzazione e astrazione sopra descritte che mirano, attraverso una politica delle grandi reti, a una costruzione di un nuovo centralismo e comunque di assetti de-territorializzati.

 Occorre dunque avviare un serrato confronto con le istituzioni comunitarie consapevoli della alterità dialettica delle posizioni e degli interessi, perché   affermare il valore dell’autonomia significa scegliere una consapevole assunzione di responsabilità dal basso, attraverso l’impegno di forze regionali che sappiano fare del loro radicamento territoriale il punto di forza di una nuova concezione della rappresentanza,  coniugando la partecipazione diretta con la visione globale dei problemi.

           
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